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Archive for the ‘Salute’ Category

Alghe combustibili: succede a Toronto

29 mar

A Toronto, in Canada, la CO2 prodotta da un cementificio serve a far crescere alghe da usare come combustibile.

Parliamo tanto di strategie verdi e sostenibili, ma in Italia ben pochi progetti si riescono a portare avanti. I fondi per la ricerca e lo sviluppo sono del tutto inesistenti e, da questo punto di vista, il paese è molto più che bloccato, direi paralizzato.

Basta però spostarsi in un altro paese, nella fattispecie in Canada, per trovare una filiera semplice semplice che cattura e convoglia in enormi simil cisterne la CO2 prodotta dalle ciminiere di un cementificio, evitando quindi che finisca in ambiente, e la usa per far crescere alghe unicellulari da bruciare come combustibile ecologico e per la fabbricazione di biodiesel.

Ciò avviene nei sobborghi della zona industriale della città, non di certo nei prestigiosi laboratori di un’università nordamericana.

Un chimico di origine ucraina, un ingegnere messicano e, quale nostro vanto, due ricercatori italiani, fratelli, Tony ed Emidio Di Pietro lavorano a un grande progetto di scienza verde.

In semplici bioreattori vengono separate le alghe, fatte crescere in presenza di CO2 e luce, dall’acqua.

Le alghe sono i più efficienti divoratori di CO2 esistenti, così vengono nutrite, ed è a questo scopo che vengono utilizzate. Una volta prelevate, poi, e disseccate, possono anche essere riutilizzate per la produzione di biocarburante.

Il tutto è strettamente monitorato per ottimizzare la produzione e l’estrazione.

Questo è il futuro!

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Herpes? Scopri il primo sito dedicato al problema

20 feb

 

  • Forse pochi di voi sanno che l’Herpes labialis è la patologia più diffusa del genere umano. In Italia una persona su tre ne ha sofferto almeno una volta nella vita e fra questi il 15% ha avuto una recidiva soltanto nell’ultimo anno. La causa di questa fastidiosa malattia è il virus Herpes Simplex che, dopo averci infettato, rimane nell’organismo in una fase di latenza e successivamente, in presenza di particolari condizioni di stress per l’organismo, può riattivarsi e manifestarsi in modo ricorrente ma in forma più lieve. Come si manifesta questa fastidiosa malattia? Il periodo di incubazione è di circa 10 giorni e l’infezione si manifesta con a volte febbre e una faringite seguita da un’eruzione vescicolare sul labbro, e in alcuni casi nel cavo orale: dopo poco le vescicole si uniranno lacerandosi e in questa fase il dolore può essere piuttosto intenso e mangiare può diventare difficile. In generale si guarisce nell’arco dii 10 o 15 giorni. Negli ultimi anni la cura e anche la cosmesi hanno fatto grandi passi avanti, interessandosi ad una malattia non grave ma certamente fastidiosa e che soprattutto riguarda la maggior parte della popolazione. Bisogna aggiungere che in alcune situazioni limite l’herpes labiale può diventare un problema molto più serio, se ad esempio contratto in momenti di particolare debilitazione e se i soggetti, per lo più adulti, che ne soffrono in forma ricorrente, vivono sintomi d’ansia e il bisogno di isolarsi a causa di un sentimento di imbarazzo. Ma il pericolo più insidioso a cui prestare attenzione è la trasmissione del virus in altre parti del corpo come il naso e l’occhio: Herpes Simplex rappresenta una delle cause più frequenti di cecità infettiva al mondo. Come dicevamo, le recidive dell’herpes possono presentarsi in momenti di particolare stress per l’organismo, in cui il sistema immunitario è più debole, come febbre, malnutrizione, sbalzi ormonali, esposizione a temperature estreme o traumi locali dovuti ad interventi di chirurgia estetica o interventi odontoiatrici. Dunque imparare a conoscere i fattori scatenanti può essere un modo molto saggio per prevenire recidive del virus, adottando semplici precauzioni, come ad esempio faccio io, e facendo non troppe rinunce: basta coprire le labbra con un prodotto solare ad alto grado di protezione prima di esporsi al sole, lavare bene le mani ed evitare di scambiarsi il burro di cacao o il rossetto. Infine, se siete persone soggette a recidive e temete che questo virus cattivello possa rovinarvi un appuntamento importante o peggio un colloquio di lavoro, non preoccupatevi: basta essere sempre muniti dell'antivirale adatto.

     

    Dal 1° febbraio, a tal proposito, è online www.sceltasenzarinunce.it, il primo sito internet dedicato specificatamente ai circa 12 milioni di italiani che soffrono di herpes labiale. 

  • Il sito "SceltaSenzaRinunce" tratta l’herpes a 360°, rappresentando un utile supporto per chi ne è affetto. Le sezioni disponibili sono tre:

  • Herpes Labiale con utili informazioni che fanno anche un po' di chiarezza, sfatando credenze e falsi miti;

  • La voce dell’esperto che raccoglie video, girati da un esperto, che trattano il virus dell’herpes sotto ogni aspetto: cos'è, come si manifesta, la sua diffusione e i disagi che causa, i fattori scatenanti, come curarlo e come fare prevenzione;

  • Come Curare l’Herpes: presenta tre sottosezioni, quali le cure "Fai da Te", la cura tradizionale e la cura innovativa.

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    Sceltasenzarinunce

     

    Trovo molto utile in particolare la sezione contenente i video del prof. Sergio Chimenti,  Direttore Clinica Dermatologica, Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, che illustra i vari aspetti della patologia e fornisce validi consigli per contrastare efficacemente il fastidioso problema suddetto.

    Ma non è finita: sul sito è possibile partecipare anche ad un concorso che mette in palio tanti ticket Cinema!

    Registrandosi e completando il quiz sull’herpes entro il 6 marzo, si ha la possibilità di vincere subito uno dei 3000 biglietti in palio e di partecipare all’estrazione finale di 1 carnet “1 anno di cinema” per 12 ingressi al cinema.

    Ed infine, se invitate i vostri amici ad iscriversi e partecipare, inserendo il vostro indirizzo email in qualità di ambassador, parteciperete all’estrazione di un weekend benessere Boscolo.

    Buon divertimento!

Articolo sponsorizzato

Viral video by ebuzzing

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Farmaci somministrabili via wireless da remoto: ora è possibile!

20 feb

Stamattina mi è stata proposta una notizia davvero interessante e non ho potuto fare a meno di scrivervi un articolo.

La compagnia statunitense MicroCHIPS, specializzata nella produzione di dispositivi elettronici utilizzati a fini medici, ha reso pubblici i risultati ottenuti dalla sperimentazione di un microchip impiantabile nell’organismo umano per la somministrazione di farmaci controllabile via wireless da remoto.

Science Transational Medicine ha pubblicato quest’interessante ricerca che apre concretamente le porte alla possibilità di fornire assistenza medica a distanza.

Nel 1999 il team del MIT, capitanato da Robert Langer e Micheal Cima, ha pubblicato su Nature le prime scoperte in questo ambito, fondando in seguito proprio MicroCHIPS che ha lavorato per raffinare e migliorare la struttura dei chip aggiungendo loro innanzitutto un sistema di sigillatura ermetica ed un sistema di riliascio graduale in grado di operare in modo affidabile all’interno di un tessuto biologico.

La sperimentazione ha preso il via in Danimarca a gennaio 2011. I chip sono stati impiantati con procedura ambulatoriale, previa anestesia locale, della durata di trenta minuti e sono rimasti all’interno dei pazienti per una durata di quattro mesi. Gli impianti sono stati utilizzati, nella fattispecie, per somministrare un farmaco contro l’osteoporosi a sette donne di età compresa tra i 65 e i 70 anni. I chip utilizzati nello studio hanno fornito 20 dosi del farmaco, sigillate singolarmente in piccole riserve delle dimensioni della punta di uno spillo. I piccoli serbatoi sono ricoperti da un sottile strato di platino e titanio, che si fonde quando viene applicata corrente elettrica, causando così il conseguente rilascio del farmaco.

“E’ possibile controllare la somministrazione da remoto, si possono somministrare farmaci multipli” ha commentato Langer. “La disciplina è molto importante nelle terapie farmacologiche e può essere difficile per i pazienti accettare una terapia che prevede l’iniezione di farmaci in autonomia. Con questo sistema si evita il problema e si apre la strada ad un futuro dove si possono avere terapie farmacologiche pienamente automatizzate”.

I risultati hanno mostrato che il dispositivo ha potuto somministrare dosaggi comparabili a quelli delle iniezioni, senza che vi fossero effetti collaterali negativi, e che gli effetti sui pazienti sono stati molto simili a quelli dei farmaci somministrati con metodiche tradizionali. MicroCHIPS sta ora lavorando, al fine di ottimizzare maggiormente la procedura, allo sviluppo di impianti in grado di contenere centinaia di dosi per singolo chip.

Dal momento che i chip sono programmabili, è possibile pianficiare in anticipo la somministrazione dei farmaci e la gestione da remoto tramite una comunicazione radio che si appoggia su una speciale frequenza denominata MICS – Medical Implant Communications Service. Attualmente il dispositivo opera ad una distanza di pochi centimetri, ed i ricercatori stanno lavorando ad un nuovo modello in grado di operare ad una maggiore distanza.

MicroCHIPS sta cercando l’approvazione e il consenso comune per altre sperimentazioni, al fine di valutare la possibilità di utilizzare questi sistemi anche per la cura di altre patologie, ma solo quando avrà ultimato la realizzazione di un impianto capace di accogliere un maggior numero di dosi. L’azienda ha inoltre sviluppato un sensore in grado di monitorare i livelli di glucosio, che potrebbe essere combinato con il sistema di rilascio per realizzare un impianto in grado di adattare i trattamenti a seconda delle condizioni del paziente.

Immagino che questa versione “intelligente” del chip potrà essere molto utile per gli affetti da patologia diabetica, e che necessitano di iniezioni a certe condizioni, e non solo.

Il progresso scientifico non smette mai di stupirmi!

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I telomeri dei cromosomi sanno quanto vivremo

25 gen

E’ nota già da un po’ la correlazione esistente tra i telomeri, le estremità dei cromosomi, e la longevità. A tal proposito ha dato un enorme contributo una ricerca dell’Università britannica di Glasgow.

Lo studio, pubblicato sulla rivista dell’Accademia delle Scienze degli Stati Uniti, i Pnas, dimostra che le aspettative di vita di un individuo possono essere determinate proprio misurando sin da piccoli la lunghezza delle strutture molecolari poste alle estremità dei cromosomi, i telomeri appunto: una sorta di “cappuccio” protettivo che aiuta i pacchetti di informazione genetica, sostanzialmente il DNA impacchettato nei cromosomi, a non logorarsi ogni qualvolta che la cellula si divide. Grazie ai telomeri, quindi, nessuna informazione genetica viene perduta.

Lo studio dei ricercatori scozzesi è il primo a misurare la lunghezza di questi complessi molecolari negli stessi individui dai primi giorni di vita e, successivamente, a intervalli regolari. I loro risultati mostrano che la lunghezza dei telomeri nelle prime fasi dopo la nascita è in grado di predire la durata della vita di un individuo.

Lo studio si basa sull’analisi delle cellule del sangue di un gruppo di fringuelli zebrati ed ha verificato che gli esemplari più longevi presentavano telomeri più lunghi rispetto ai propri simili già 25 giorni dopo la nascita e in tutte le successive misurazioni.

Eccezionale.

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“Totally-drug-resistant”, la nuova Tbc in arrivo dall’India

16 gen

E’ una “super Tbc”, resistente a tutti i farmaci anti-tubercolosi, a seminare adesso il panico in India, ove sono già stati registrati 12 casi. L’allarme è scattato a Mumbai, città notoriamente densamente popolata, e ora si teme la rapida diffusione della malattia. Dei 12 pazienti su cui è stata attualmente confermata la presenza di questo ceppo resistente, 3 sono morti, riferisce Zarir Udwadia dell’Hinduja National Hospital and Medical Research Centre di Mumbai. Udwadia è anche a capo del team che ha diagnosticato i 4 casi oggetto di uno studio appena pubblicato.

“Sappiamo che un paziente ha trasmesso la super tubercolosi alla figlia”, spiega. “Si stima che in media una persona malata di Tbc contagi in un anno altri 10 o 20 soggetti con cui entra in contatto, e non ci sono ragioni per sospettare che questo ceppo sia meno trasmissibile”, avverte. Per i pazienti le prospettive non sono affatto positive: “Messa in quarantena in ospedali con aree attrezzate per l’isolamento fino al momento in cui diventano non infettivi, nient’altro si può fare per prevenire la trasmissione”, dice Udwadia.

“La preoccupazione”, prosegue, “è che se continua a diffondersi questo ceppo, la tubercolosi tornerà a essere incurabile e i pazienti potranno fare affidamento solo sul loro sistema immunitario, più che su un intervento medico, per superare la malattia”. Scenari simili riportano indietro nel tempo, a circa un secolo fa.

Sulla super Tbc indiana l’Organizzazione mondiale della sanità sta organizzando con urgenza un incontro per decidere quali saranno i prossimi passi da fare. “Tutto questo era stato previsto”, osserva Paul Nunn, coordinatore del dipartimento Stop TB dell’Oms a Ginevra. “E’ un campanello d’allarme che deve richiamare tutti i Paesi, è necessario accelerare l’approvvigionamento di cure adeguate, in particolare per pazienti con tubercolosi multiresistente”.

Ruth McNerney, ricercatrice che si occupa di Tbc nella London School of Hygiene and Tropical Medicine, afferma: ”E’ molto preoccupante, ma purtroppo inevitabile, assistere al graduale emergere di questi casi di resistenza ai farmaci. E’ come guardare un film dell’orrore al rallentatore”.

E’ nei primi anni ’90 che compare la Tbc “multidrug-resistant” (Mdr, multiresistente): questa non risponde più ai farmaci di prima linea come isoniazide e rifampincina, utilizzati in quesi casi. Nel 2006 poi la situazione peggiora con l’arrivo della Tbc “extensively drug-resistant” (Xdr), ceppo che ha sconfitto anche tutti i costosi trattamenti di seconda linea. Ora sotto i riflettori finisce la Tbc “Totally drug-resistant” (Tdr), resistente a tutti a tutti farmaci disponibili. I primi due casi sono stati segnalati proprio in Italia nel 2007. Poi è stata la volta dei 15 pazienti registrati in Iran nel 2009, e oggi dell’India. Udwadia accusa: l’emergere di una tubercolosi totalmente incurabile è legato alla cattiva gestione del ceppo multiresistente che ha amplificato il livello di invulnerabilità del batterio.

E se l’India ha fatto progressi nel controllo della Tbc classica, non è successo altrettanto con quella multiresistente, che già nel 2006 colpiva 110mila indiani, anche perché i farmaci per curarla sono eccessivamente costosi. I pazienti devono rivolgersi a professionisti privati per chiedere aiuto e raramente ricevono un trattamento adeguato. “Dobbiamo svegliare i politici”, incalza McNerney. “Dobbiamo aspettare finché la malattia non inizia ad arrivare nel Regno Unito e negli Usa in aereo, o dobbiamo agire ora?”.

Tutto questo è decisamente disarmante.

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Due ricerche promettono passi avanti per il vaccino contro l’AIDS

11 gen

Proprio recentemente stavo giusto chiedendomi dove si fosse “arenata” la ricerca sull’AIDS: ebbene, sembra essere davvero ripartita!

Due nuove scoperte aprono infatti nuove prospettive per quella che si è rivelata negli anni un’impresa estremamente ardua: trovare un vaccino che possa prevenire l’infezione del virus.

La prima scoperta è stata annunciata pochi giorni fa su Nature: nuovi cocktail di vaccini possono offrire un’elevata protezione contro l’infezione del virus simile all’HIV che colpisce solo le scimmie, chiamato SIV (Simian Immunodficency Virus).

I primi risultati positivi ottenuti da studi effettuati sui macachi forniscono indicazioni chiave per progettare un efficace vaccino anti-HIV per l’uomo. Lo studio è stato condotto negli Stati Uniti, dall’Università di Harvard e dall’Istituto nazionale contro le allergie e le malattie infettive (Niaid). I ricercatori hanno sperimentato sui macachi diversi cocktail di vaccini contenenti tre proteine (Gag, Pol, Env), espresse normalmente dal virus SIV e che servono proprio a farlo riconoscere dal sistema immunitario. Somministrando i vaccini in una determinata sequenza per via intramuscolare, i ricercatori hanno dimostrato che alcuni cocktail sono in grado di proteggere le scimmie dall’infezione di un ceppo del virus SIV (SIVmac251) particolarmente difficile da neutralizzare. La vaccinazione ha ridotto dell’80% la probabilità che le scimmie hanno di infettarsi ogni volta che vengono esposte al virus.

L’altra ricerca è stata pubblicata sempre su Nature a novembre scorso e consiste nell’usare la terapia genica per prevenire l’infezione. I ricercatori del California Institute of Technology di Pasadena hanno iniettato in alcuni topi (con un sistema immunitario umanizzato) un adenovirus geneticamente modificato in grado di infettare le cellule dei muscoli e rilasciare in queste cellule del DNA che contiene le istruzioni per produrre anticorpi contro l’HIV. Questo DNA, incorporato nel genoma delle cellule dei muscoli, programma le cellule per far loro produrre gli anticorpi che poi vengono rilasciati nel sangue. I topi che hanno ricevuto una sola iniezione di questo virus modificato sembrano completamente protetti dall’infezione, anche quando sono esposti a dosi di HIV 100 volte più alte di quelle dell’infezione naturale.

Avanti così!

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Intel al lavoro per dare la parola a Stephen Hawking!

11 gen

Attualmente il dipartimento di ricerca e sviluppo della Intel sta lavorando per permettere al noto fisico britannico Stephen Hawking di continuare a comunicare.

Il fisico si trova da decenni su una sedia a rotelle motorizzata ed è ormai quasi completamente paralizzato. Hawking è affetto da una malattia degenerativa, che alcuni identificano nel morbo di Lou Gehrig (o sclerosi laterale amiotrofica, SLA) altri in atrofia muscolare progressiva. Il dibattito in materia ancora va avanti. Dal 1985 non può parlare a causa di una tracheotomia e il progredire della malattia lo ha costretto a comunicare con un sistema tecnologico specifico, composto da un sensore a infrarossi collegato a degli occhiali che traduce i piccoli movimenti della guancia destra in parole emesse da un sintetizzatore vocale.

Essendo la malattia di Hawking degenerativa, i suoi nervi facciali si sono deteriorati al punto tale che il sistema tecnologico in questione che gli consente di parlare sta iniziando a funzionare in modo molto meno efficiente rispetto al passato: i familiari affermano che la velocità con cui emette una parola è rallentata a circa una al minuto.

Intel è entrata in campo proprio per questo motivo e tramite Justin Rattner ha confermato di avere un team al lavoro per permettere a Hawking di comunicare più velocemente. Un lavoro decisamente importante e che potrebbe permettere di fronteggiare problemi di questo tipo anche in altri casi di malattie più o meno simili, oltre che consentire a Intel di lavorare su tecnologie che forse, in futuro, potranno essere adottate anche in ambiti più comuni.

“Questo è un progetto di ricerca”, ha dichiarato Rattner a “The Associated Press”, sottolineando che per ora il team ha raccolto dati per nuovi studi. Tra le tecnologie prese in esame e candidate al miglioramento della comunicazione del fisico, Intel sta prendendo in considerazione il tracciamento del movimento oculare (eye tracking) e soluzioni basate su onde cerebrali.

Rattner ritiene tuttavia che la soluzione più efficace sia impiegare telecamere HD in grado di captare leggerissimi movimenti per poi tradurli in parole. Non è la prima volta che Intel lavora con Hawking: negli anni passati ha aggiornato il suo software vocale e ha connesso a Internet il computer montato sulla carrozzina del fisico.

Auguro quindi buon lavoro ai ricercatori di Intel e lunga vita a Stephen Hawking!

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Una dieta ipocalorica aiuta a mantenere il cervello giovane!

20 dic

Oggi ho letto una notizia molto interessante, che voglio condividere con voi, e che mi ha lasciato piacevolmente sorpresa!

Mangiare di meno non soltanto fa vivere più a lungo, e ridurre le probabilità di ammalarsi di tutte quelle patologie legate a sovrappeso e obesità, ma aiuta anche a mantenere più giovane il cervello: ciò è quanto è riusciuto a spiegare uno studio italiano, appena pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica PNAS (Proceedings of the National Academy of Sciences Usa), che è anche riuscito a individuare qual è il “pulsante” molecolare che attiva il meccanismo grazie al quale una restrizione in termini di calorie aiuta il cervello a restare giovane.

Il “pulsante” in questione è la proteina Creb1, che diminuisce fisiologicamente con l’invecchiamento, già nota da tempo per il suo ruolo di regolatrice di importanti funzioni cerebrali come la memoria, l’apprendimento, il controllo dell’ansia. I ricercatori dell’università Cattolica di Roma (Istituto di Patologia generale e di Fisiologia umana) hanno scoperto che la funzione di Creb1 può essere aumentata semplicemente adottando una dieta ipocalorica, in un modo dunque estremamente semplice.

“Sapevamo già che Creb1 è in grado di modulare altri geni, e che a sua volta può essere modulata da fattori di crescita chiamati neurotrofine, da alcuni farmaci, e persino da caffè e tè – premette Giovambattista Pani, ricercatore dell’istituto di Patologia generale, che ha condotto il gruppo di lavoro – non sapevamo però che può essere attivata anche da un’alimentazione a regime calorico limitato. Una notizia particolarmente buona perché non è facile somministrare fattori di crescita al cervello mentre è facile pensare di poter arrivare alle cellule cerebrali modificando l’alimentazione”.

Lo studio è stato condotto su topi, la cui dieta è stata ridotta del 30%, dunque un taglio non drastico. Si sa che con un introito calorico al 70% rispetto alla dieta normale i topi presentano migliori performance cognitive rispetto ai topi con un regime calorico normale, e sviluppano più tardi alterazioni cerebrali paragonabili alla malattia di Alzheimer nell’uomo.

La novità è che negli animali mancanti di Creb1, nelle aree cerebrali deputate alle funzioni cognitive i benefici della dieta ipocalorica sul cervello risultano totalmente assenti e gli animali presentano gli stessi deficit di quelli supernutriti. Infatti, la dieta moderata aumenta l’attività di creb e “accende” nel cervello i geni delle sirtuine, note come le molecole della longevità.

“Questo dimostra per la prima volta uno dei meccanismi attraverso cui la dieta agisce sul cervello – continua Salvatore Fusco, coautore dello studio – anche se per l’uomo il discorso è più complicato perché non basterebbe semplicemente tagliare le calorie, ma incidere anche sulla qualità degli alimenti. In ogni caso ormai è più chiaro il meccanismo che lega le malattie metaboliche, come diabete e obesità, e il declino delle attività cognitive. Ed è un buon punto di partenza, anche nella logica di una possibile prevenzione farmacologica delle malattie neurodegenerative”.

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La proteina che causa le metastasi è stata finalmente trovata!

11 dic

I ricercatori dell’Istituto svizzero per la ricerca sperimentale sul cancro (Isrec) hanno scoperto l’esistenza e isolato una proteina indispensabile per la diffusione di un tumore nel corpo e senza la quale i malati non avrebbero il rischio di sviluppare metastasi letali. La periostina ha infatti il compito di preparare il terreno alla diffusione dei tumori secondari. Lo studio in questione è stato pubblicato sulla rivista Nature. Gli stessi studiosi sono poi riusciti a creare un anticorpo per i topi che “spegne” la proteina, rendendo impossibile la diffusione del cancro in altri organi e tessuti.

Le metastasi sono spesso la causa principale dell’insorgenza di complicazioni o di morte per cancro. I ricercatori svizzeri in questione hanno il merito di averle osservate molto da vicino, tralasciando il tumore primario da cui hanno avuto origine.

Il loro lavoro non è stato semplice, dal momento che non tutte le cellule tumorali possono diffondersi nel corpo e non danno quindi sempre luogo a metastasi. Si sa difatti da tempo che non tutte le cellule tumorali sono uguali e solo alcune sono ben conosciute per il loro sviluppo. L’ambiente ideale alla loro crescita e diffusione da solo non basta ed è qui che entra in gioco la periostina. Solo in presenza di questa proteina è possibile, per le cellule staminali del cancro, sviluppare le metastasi.

“Senza questa proteina”, ha sottolineato Joerg Huelsken, scienziato che ha coordinato lo studio, ” la cellula staminale del cancro non può dar luogo a metastasi; invece essa scompare e rimane dormiente”. La periostina esiste naturalmente come componente della matrice extracellulare ed è stato dimostrato svolga un ruolo chiave nello sviluppo fetale. Negli adulti, è attiva solo in organi specifici, come nelle ghiandole mammarie, nelle ossa, nella pelle e nell’intestino. Poi si rivela fondamentale per il tumore. I ricercatori svizzeri hanno infatti osservato che nei topi che non hanno la periostina i tumori non sono riusciti a diffondersi.

“Abbiamo sviluppato”, ha detto Huelsken, “un anticorpo che aderisce a questa proteina, rendendola inattiva, e speriamo in questo modo di essere in grado di bloccare il processo di formazione delle metastasi”.

Nel corso degli esperimenti in cui la periostina è stata bloccata, sono stati registrati pochissimi effetti collaterali nei topi. “Questo non significa necessariamente che sarà lo stesso per gli esseri umani”, ha precisato il ricercatore svizzero. “Non siamo nemmeno sicuri se saremo in grado di trovare un anticorpo equivalente che funzionerà sugli esseri umani”, ha aggiunto.

Questa scoperta rappresenta comunque l’inizio dello sviluppo di importantissime opzioni terapeutiche che potrebbero limitare una volta per tutte gli effetti devastanti e letali di un tumore.

Periostina

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Ingegneria genetica? Da superare!

21 nov

La stragrande maggioranza delle applicazioni attuali della biologia sintetica, almeno per adesso, consiste unicamente nella modificazione di esseri viventi preesistenti e non nella creazione vera e propria di nuovi esseri viventi. Diego Di Bernardo, che dirige il laboratorio del TIGEM di Napoli, e che sostanzialmente è di questo che si occupa, ci ricorda che l’ingegneria genetica, a dispetto della sua nomenclatura, ha ben poco di ingegneristico: “È una procedura semplice in cui si inserisce un gene nel DNA di una cellula perché produca la proteina desiderata, per esempio l’insulina. La differenza rispetto alla biologia sintetica è la stessa che passa fra un interruttore elettrico e un microchip che integra migliaia di informazioni”.

E allora in cosa consiste il grande salto, di cui si parla, rispetto all’ingegneria genetica, ormai al servizio di molte applicazioni di uso comune e industriale e perfettamente collaudata?

“Con la biologia sintetica non parliamo più di singoli geni, ma di circuiti complessi, che rappresentano l’interazione di migliaia di geni. Li descriviamo con equazioni matematiche, li progettiamo al computer, ne simuliamo, sempre al computer, il funzionamento e solo allora li ricreiamo in laboratorio e li inseriamo nelle cellule”. In questo modo non si induce solo la produzione della proteina codificata da un singolo gene, ma si aggiunge una funzione complessa autonoma o che si lega alle altre attività della cellula. «Per esempio noi stiamo studiando il modo per far produrre alla cellula una determinata sostanza, poniamo un farmaco, con una periodicità prestabilita. Tornando all’esempio dell’insulina, sarebbe utile poter un giorno trapiantare ai diabetici cellule pancreatiche che non solo producono l’ormone mancante, ma lo fanno all’ora dei pasti».

Sarebbe il traguardo di una scienza avveniristica: ormai la vita artificiale è più vicina di quanto si creda.

A tal proposito e restando nell’ambito, poche settimane fa alcuni studenti della Johns Hopkins University di Baltimora, sotto la guida del biologo Jef Boeke, hanno annunciato alla rivista Nature di aver prodotto e inserito con successo in un lievito due grossi segmenti di cromosoma, a cui hanno anche aggiunto un sistema per rimescolare i geni come le carte di un mazzo, mimando quindi i processi indispensabili per la variabilità e l’evoluzione. Un altro enorme passo in avanti per la biologia sintetica, salita alla ribalta già nella primavera scorsa quando il celebre scienziato Craig Venter ha annunciato di aver creato la prima forma di vita artificiale.

“La parola creazione, che Venter e i suoi colleghi hanno usato nella ricerca pubblicata sulla rivista Science, ha però tratto in inganno molti” spiega Vittorio Sgaramella, responsabile della Sezione di biologia molecolare al Centro Ricerche e Studi Agroalimentari (CERSA) del Parco Tecnologico Padano di Lodi. “In realtà, Venter ha prima decifrato lettera per lettera tutto il DNA di un microrganismo, il Mycoplasma mycoides. Poi lo ha riprodotto in laboratorio, assemblando tra loro i segmenti di DNA della lunghezza massima che le nostre tecnologie consentono di produrre, e infine lo ha trapiantato con successo in una cellula, sempre di micoplasma, ma svuotata del suo DNA originario”.

Il genoma sintetico è stato in grado di replicarsi e di esprimere le funzioni che il batterio svolge in natura, ma non ha rappresentato una nuova forma di vita. “Non abbiamo ancora né la conoscenza, né la fantasia necessarie per creare sequenze completamente nuove e associare loro una funzione”, precisa il genetista, che insieme al premio Nobel Gobind Khorana fu tra i primi a creare geni sintetici nei primi anni ’70. “Il risultato dei giovani di Baltimora però è importantissimo — ribadisce Sgaramella — perché ottenuto su un organismo che non solo è molto più complesso del batterio di Venter, ma soprattutto è già utilizzato dall’industria biotecnologica”.

Bisogna ricordare, soprattutto ai meno avvezzi, che lo scopo di questa giovanissima branca della scienza non è quello di creare una nuova stirpe di mutanti, ma piuttosto di prevenire e curare meglio le malattie, oltre che di trovare una soluzione alle grandi sfide che sta affrontando il pianeta, dall’inquinamento all’esaurimento delle risorse energetiche. Un progresso reso possibile anche dal fatto che, mentre un tempo occorreva una molecola di DNA campione su cui costruire, come uno stampo, quella nuova, oggi basta conoscerne la sequenza per sintetizzarla ex novo.

“Grazie a questo sistema siamo già in grado oggi di rivoluzionare i tempi di risposta a una nuova pandemia influenzale” interviene Rino Rappuoli, a capo del settore ricerca di tutta l’area vaccini della multinazionale farmaceutica che ha prodotto il vaccino contro la cosiddetta “suina”. “Solo due anni fa ci sono voluti tre mesi perché, a partire dal virus isolato negli USA, si potesse iniziare la produzione del vaccino. Un ritardo a causa del quale abbiamo potuto cominciare a distribuire il vaccino quando ormai il picco dell’infezione stava cominciando a calare. Ma se oggi dovesse emergere un nuovo virus come H1N1, i ricercatori che lo hanno isolato, in qualunque parte del mondo, potrebbero leggere in poche ore la sequenza del suo DNA. Basterebbe poi un’e-mail con queste informazioni per produrre un virus sintetico privo delle sue componenti pericolose, ma capace di indurre una risposta immunitaria e partire da questo, dopo pochi giorni, con la messa a punto del vaccino”.

Questo gruppo di Siena è giunto a questo risultato collaborando con lo stesso Craig Venter, il quale ora è impegnato, come altri colleghi, a cercare di definire quali siano gli elementi minimi indispensabili alla vita di una cellula, nella speranza di poterne ricreare una che sia più semplice di quelle naturali, la cui complessità è, almeno per ora, del tutto al di là delle nostre possibilità di sintesi. “Intanto ricercatori del mio e del suo gruppo stanno guardando a un progetto ancora più ambizioso, che non potrà realizzarsi, se mai lo farà, prima di una decina d’anni, ma che potrebbe avere enormi ripercussioni pratiche: — conclude Rappuoli — creare un microrganismo artificiale del tutto innocuo, ma carico sulla sua superficie delle componenti di diversi virus e batteri, in modo da stimolare, con un solo vaccino, la risposta immunitaria contro tutte le più importanti malattie”.

Dove saranno in grado di portarci la curiosità e l’ambizione umana? Staremo a vedere!

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